Industria, dialetto, poesia e cucina a Terni

Dottor Giuseppe Fatati

Sul finire dell’Ottocento e a cavallo dei due secoli, Terni subisce una vera e propria rivoluzione non solo industriale, ma culturale e ambientale. La nascita della Società Terni provoca lo sviluppo di altre iniziative di carattere industriale e commerciale, quali le piccole e medie imprese, le strutture urbanistiche e dei servizi, l’apertura delle scuole tecniche e il diffondersi della stampa. La modernizzazione forzata dall’esterno provoca un evento dinamico di passaggio da equilibri propri di una società rurale, che per un verso si arrocca e per l’altro conseguentemente s’incrina, a quelli nuovi creati dall’industria. Il rapporto tra economia ed ambiente muta progressivamente per le crescenti dimensioni degli stabilimenti e per quanto prodotto dal loro funzionamento: il fiume Nera viene inquinato dagli scarichi industriali, la Cascata delle Marmore è impoverita dalle derivazioni idroelettriche e la Villa Graziani, un tempo meta ricercata lungo l’itinerario del Grand Tour (vi soggiornò anche Byron), è stravolta da polveri chimiche.

 L’estremo prezzo al progresso è pagato il 14 marzo del 1929 con un Decreto ministeriale che consente lo sfruttamento delle acque del fiume Velino per la produzione di energia elettrica e la costruzione di uno sbarramento all’inizio del Cavo Curiano, che impedisce al fiume di precipitare dal monte per unirsi al Nera. Da quel momento la Cascata delle Marmore resta muta per un lungo periodo di tempo (1929-1954) e la sua acqua discende silenziosamente nelle gallerie e nelle condotte forzate e diviene un grido spento nella luce.

I poeti dialettali possono essere considerati cantori e memoria del passato e interpreti delle preoccupazioni per le ineluttabili innovazioni. Negli anni Venti Terni esce fuori dalle mura: viene attuata la convenzione per il Quartiere “Il Giardino”, viene impostata la realizzazione del Quartiere “Battisti”, è deliberata l’apertura del viale della Stazione e di via Curio Dentato e purtroppo anche la demolizione della Chiesa di San Giovanni Decollato, al posto della quale sarà costruito il nuovo Palazzo delle Poste progettato da Bazzani. Contemporaneamente, con il regime straordinario degli alloggi, si vieta di dar corso agli sfratti e viene promossa la costituzione dell’Ente autonomo per la costruzione delle case popolari.

Sempre nel 1921 la giunta iscrive nell’elenco dei poveri oltre 19.000 soggetti, su una popolazione complessiva di circa 45.000; viene considerato povero chi non ha un provento superiore alle cinque lire giornaliere (la retta giornaliera di degenza all’ospedale era di 15 lire). In questo periodo di cambiamenti epocali, la cultura di una città sembra chiudersi a riccio all’interno di un dialetto estremizzato e duro utilizzato anche da chi, per preparazione e stato sociale, ben conosce la lingua italiana. È di quegli anni (1921) la pubblicazione di un periodico satirico dialettale Sborbottu, che vivrà per oltre quattro anni e che ha come motto una serie di versi, senza indicazione dell’autore, ma dai quali traspare lo spirito di Furio Miselli (1867-1949), che amava qualificarsi come tradizionalista, passatista, idealista:

Terni mia, quant’eri mejo

quanno ch’eri più purittu,

Terni mia de Buggiarittu

de Scazzocchia e de ‘Nghegghè,

che da giù Porta Romana

fino in Piazza a la Stazzione

ce putii fa a ruzzolone

a melonza a carachè!

Con la satira dialettale viene posta in essere una sorta di resistenza nei confronti delle impetuose trasformazioni che la nascita della grande industria (10 marzo 1884: Società degli Alti Forni e Fonderia di Terni) impone, farcita di quella malinconia che è propria di chi è ben conscio di combattere una battaglia persa.

Uno dei temi di questa resistenza è sicuramente la salvaguardia delle tradizioni ed in particolare delle tradizioni culinarie, espressione fenotipica di appartenenza regionale. Sintomatica di questa osservazione è l’esistenza di un gruppo di poeti che trova coesione intorno all’anima dialettale di una città definita, in modo limitativo, figlia operaia di madre contadina e che al contrario, anche nei poeti dialettali, mostra una vivacità culturale e ideativa degna di altri aggettivi.

E mi fa piacere ipotizzare un filo diretto tra questo movimento e quello della Scuola ternana che subito dopo, ripropone attraverso la pittura gli stessi sentimenti e lo stesso orgoglio provinciale. Orgoglio provinciale non più di moda, se è vero che oggi i più critici nei confronti della nostra città e delle nostre tradizioni sono proprio i ternani! La composizione Lu matrimoniu, scritta da Ferruccio Cohen per Felice Fatati, è testimonianza di quanto affermato e di un modo di fare e trasmettere cultura ormai desueto e forse non più proponibile, verso il quale comunque, sentiamo una forte nostalgia.

Sembra opportuno a questo punto riproporre alcune composizioni dialettali con poche note, a spiegazione, per far comprendere meglio il senso delle ultime affermazioni.

La data de Terni

Quanno nasce ir Signore, fiju mia,

Terni nostru gia era vecchiarellu:

c’ea su le spalle le vennegne sia

e camminàa senza camminarellu.

 

Se te voli leà ‘sa fantacia,

vi’ la Storia ch’ha scritta Chiccarellu*:

ci sta ‘na pietra po’ che fa la spia

‘ndò ci sta scrittu ancò co lu scarpellu.

 

Tu peè la data fòrmete ‘st’idea:

quanno ir Signore venne pè fa scola

Terni p’un sette seculi cce l’èa.

 

D’un’usanza la Storia ‘n fa parola:

quanno a li muratori je pioèa

d’acconcià li facioli giù la mola.






Autore: Americo Patrizi (Terni 1869-1906). Armaiolo e cacciatore, aveva trasformato il retrobottega del negozio paterno di generi alimentari, in via Roma, in un cenacolo dove gli amici potevano ascoltare il commento ai fatti del giorno in sonetti di schietto sapore ternano. Appassionato di teatro, in un periodo di chiusura dei due teatri cittadini, organizzò spettacoli sulla pubblica via dando vita a macchiette ed opere satiriche brevi. Pubblicò nel 1898 Li sfrizzi ternani da cui è tratta La data de Terni e Lu diluviu universale, collana di 16 sonetti satirici sul fallimento della Banca Popolare.

*Chiccarellu. Francesco Angeloni (1555-1642) autore di una Storia di Terni edita nel 1646

La Pizza di Pasqua

(all’amico Giuseppe Trinchi)

 

‘Sta Pasqua ‘na pizzetta, se Dio vole,

vorrei falla (peròne de formaggiu,

che, dorge, va via tutta per assaggiu)

non tantu grossa, de vent’ova sole.

Lo caciu pizzichente l’ho trovatu

da Primu a Santa Croce: l’Arcacatu.

 

Lo venne caru, sci ma è sopraffinu;

pocu che ce ne mitti ce se sende,

se po’ la fai spungosa veramente,

sendi che scialà, caro Pippinu!

Dù fette lagrimandi de salame,

più te ne magni e più te vene fame!

 

Che dico che n’è bona la frittata,

con tutte l’erbe le più saporose?

L’agnellu, lo brodettu e l’andre cose?

So bone, ma la pizza è prilibbata!

Sendeme, Pè, no jissi in pampanizza,

chè Pasqua non è festa senza pizza!

Autore: Catone Peroni (Terni, 1877-1958), autodidatta. Imparentato con le famiglie dei poeti Miselli e Trinchi, disegnatore abilissimo, vendeva cemento, gesso e mattoni in via Cavour. È stato considerato permolto tempo l’erede dei poeti dialettali vissuti a cavallo dei due secoli. Nostalgico del passato, fu autore di un’opera particolare quale Terni nei soprannomi (circa 1200). Questo componimento è dedicato a Giuseppe Trinchi (1879-1941).

Specialità gastronomiche

Se ‘ngumingiaa a San Paolu, co’ la pizza,

lu luniddì de Pasqua; sciampagnata

lu martiddì a Papignu; la canizza

siguitaa miccurdì, co la frittata

sciuriu e salame; e ppe’ ‘sciacqà la bocca,

se firnia a Collescipuli o a la Rocca.

 

Pampepatu a Natale: tuttu l’annu

ben accunnita e tosta, la ciriola

te jea ggìu liscia senza dannu;

li facioli coll’oju llà la mola,

le palomme ‘n zarmì quann’è lu passu,

e lu ‘ntòccu, che ffa da contrabbassu.

 

Ma mica èrimo tantu sbulimati!

‘N capistiu de sargicce a carnoale,

ddù spidate de turdi assae ‘mpepati,

linzoli de braciole de maiale,

porbette e fegatelli; e a ferragòstu,

una montagna de pollastri arròstu.

 

Ppò, quann’era la fiera a Campitillu,

ce jessimo a crompà lu gallinacciu,

ciovè lu billu, o anghi un picurillu

ppe’ non facce mangà lu cuscittacciu

fatto a sarza d’alice, e co ddù bbocchi

de bbona misticanza o de mazzòcchi.

 

Pe’ manna ggiù sta robba, ce olèono

de quello bbonu, armanco venti gotti

per omu, spece quanno te mettèono

mane Possenti, Paja o Caraciotti;

for de la forma, appena ch’un boccione

pè vvorda, da Pacchjnu o da Simone.

 

Doppu magnatu, come cchi vva a Messa,

tutti lla lu caffè de “Sanducittu”;

‘che vvorda ‘n quillu de la “Pringipessa”

o una passata lla da “Pangaqllittu”;

quann’era festa, in quillu “Amiricanu”

poi s’appicciava un ziguru toscanu.

Autore: Nicola Antonelli (Terni 1859 – Morro Reatino 1941). Professore di lettere, bibliotecario dell’Angelica di Roma, traduttore delle elegie di Sesto Properzio, deputato. Coinvolto nella sommossa popolare ternana del 5 maggio 1889 insieme ai fratelli Faustini, fu poi assolto insieme agli altri 47 imputati. Dal 1884 al 1888 aveva fondato e diretto il settimanale artistico letterario “Cornelio Tacito”.

Lu Matrimoniu

 

Lu matrimoniu

ha importanza tale

nella vita,

che prima da sposà

ce devi da penzà

tutta la vita.

 

Questo lo disse

non ricordo chi

ma certo non è un fesso

quello lì.

Aspettame che mò

te fò capace:

mettemo una minestra

che te piace,

te la fo oggi

te la fo dimani

quill’antru giorno

e sempre, sempre quella,

finisce che diventa

na gran jella

e tu vai a magnà

fori de casa.

 

Però, Fatati

ha avuto na gran nasa:

perché la sposa

è come che lu sole

che più lo vidi

e più lo vidìristi,

perché la sposa

è come le ciriole

che più le magni

e più le magniristi.

 

 

 

 

 

 

Autore: Ferruccio Cohen nato a Firmignano (Urbino) nel 1871, ma ternano di adozione. Impiegato prima all’Esattoria comunale, poi alla Banca di Sconto ed infine al Monte dei Paschi. Nei versi in lingua italiana traspare l’influsso dei poeti dell’Ottocento e in particolare del Carducci. La sua condizione di ebreo gli creò non pochi problemi nel corso del ventennio. Autore anche di opere teatrali, è morto in povertà il 28 maggio del 1944. Questa poesia, composta in occasione del matrimonio di Felice Fatati, è tratta da una registrazione familiare nel corso della quale proprio Felice Fatati, ricordando il passato, la declamò.